PREMIO FRANTOI DELL’ARTE
un progetto di Sergio Maifredi
Terza edizione
Patrocinio UNESCO per l'edizione 2011
con il sostegno di Regione Liguria
In collaborazione con ONAOO
vedi la rassegna stampa dell' edizione 2011
Dove arriva l’ulivo arriva la cultura del Mediterraneo. L’ulivo è protetto nella Costituzione ateniese, d’ulivo è il letto di Odisseo e Penelope. L’ulivo è il denominatore comune di una civiltà. E che ci piaccia o no, con lingue diverse, con facce diverse, da una sponda all’altra di questo mare, è la nostra civiltà.
L’olio accompagna l’uomo dalla nascita alla morte, dal battesimo all’estrema unzione. Con l’olio si consacrano re e papi.
Il frantoio da sempre è luogo di incontro, agorà per la comunità. Ecco allora che l’olio si fa logos, parola, dialogo.
L’ulivo è tra le piante più longeve del pianeta, la sua corteccia porta incisa, come un uomo nelle sue rughe, la sua storia, la sua bellezza.
Pensando a raccontare la Liguria attraverso la cultura non potevamo tralasciare un settore dove la nostra terra vanta una eccellenza antica.
In una bottiglia d’olio sono racchiuse cultura ed economia, combinate come valenze chimiche. Questo da millenni. E allora il nostro Frantoi dell’Arte è anche l’occasione per una riflessione più ampia su quanto la Cultura possa essere volano di un’economia, su come la Cultura sia un bene immateriale che aumenta e in molti casi genera il valore economico legato ad un marchio.
Che uno Stato che voglia essere tale non investa nella Cultura e non sappia incentivare le aziende private a fare della Cultura il proprio biglietto da visita è inconcepibile. Soprattutto è inconcepibile in Italia, azionista di maggioranza dei Beni Culturali del Mondo intero. Che la Cultura sia un volano dell’Economia più potente della Guerra lo sapeva bene Pericle che, investendo in Cultura, nei suoi trent’anni di governo pacifico, ha fatto grande la Grecia. Lo sapevano bene pure i Papi liguri, Sisto IV e Giulio II che, spendendo due soldi di più, chiamarono Michelangelo, anziché un imbianchino, a dare un po’ di colore alla Cappella Sistina: eternandosi così e creando un discreto business per le casse del Vaticano. Ogni volta che un’azienda italiana vende il “Made in Italy”, prima ancora del prodotto, vende la seduzione, la promessa, il ricordo che quel marchio “Italy” genera: il sole, il mare, Venezia, il mandolino, la Mafia, la Ferrari, Berlusconi, la Mangano, la Loren, Visconti, De Sica, Rossellini, Fellini, i tortellini, Valentino Rossi, Pavarotti, Verdi, Rossini, i vini, la torre di Pisa, il campanile di Giotto, Caravaggio, il codino di Baggio, Dante, Petrarca, Boccaccio… Eppure a nessuno viene in mente che su ogni euro guadagnato dal “Made in Italy”, su ogni esportazione, una percentuale sul valore aggiunto, dovrebbe andare alla Cultura, come una “royalty”, come un diritto d’autore riscosso d’ufficio dalla SIAE.
Il nostro racconto è semplice: un frantoio, l’accoglienza di un frantoiano, un’artista, una sua idea da “spremere” e da condividere con il pubblico pigiato nel frantoio. Parole, pane e olio. Infine ogni anno un premiato. Due le condizioni: che sia un’artista e che produca olio.
Il primo anno Gino Paoli. Il secondo anno Oliviero Toscani. Quest’anno vedremo.
